
Sul ’68 si sono versati fiumi di inchiostro, in un senso o nell’altro, e anche chilometri di pellicola. Si aggiunge alla lista il film di Michele Placido, terza opera italiana in concorso alla 66esima Mostra del Cinema di Venezia. Placido adotta la tipica pratica riassuntiva che i registi italiani quasi sempre usano in questi casi: tanti fatti nominati, poco approfondimento, molta superficialità e quantità insopportabile di melodramma sentimentale.
Si parte dall’autunno ’67 e dalle prime istanze di protesta in seno all’università italiana. I protagonisti sono Laura, una ragazza medioborghese dai buoni principi che rappresenta il cattosocialismo di quegli anni; Libero, l’attivista comunista che agita le rivolte degli studenti; Nicola, un giovane poliziotto che preferisce il cinema e il teatro al manganello. Nicola viene infiltrato nell’occupazione della Sapienza di Roma e inevitabilmente finisce per innamorarsi di Laura, che nello stesso tempo ha una relazione con Libero. Un film che sa di autobiografismo, specialmente nel personaggio di Nicola, poliziotto pugliese che diventa studente di recitazione, proprio come fece Placido. Ma soprattutto un film che, in tipico stile italiano, non ha il coraggio di prendere una posizione decisa e preferisce accontentarsi di tratteggiare appena sullo sfondo una polemica verso le autorità dell’epoca smussate dal trionfante buonismo. Lo scontro generazionale con i genitori e la lotta sociale sono pressoché dimenticati, in favore di un riassuntino che sa molto di compito in classe. Nella seconda parte si scade poi nello sceneggiato di prima serata, o forse seconda se si considera che la pur brava Jasmine Trinca mette in mostra le sua forme. Tutto l’interesse del film si sposta sull’intreccio sentimentale: Laura starà con Libero o con Nicola? Ma neppure qui Placido ha la capacità di dare spessore alla storia e ai personaggi, non sfruttando il potenziale del lato melodrammatico del film, che poteva concentrarsi sull’emancipazione sessuale di Laura come simbolo di liberazione femminile dai vecchi schemi maschilisti. Nessun coraggio, nessun merito.
