Kino Xenix/ Attori del nuovo cinema austriaco: Hader, Minichmayr, Friedrich.

All’ultima mostra del cinema di Venezia tutti sono rimasti folgorati dalla capacità del film “Lourdes” di riportare in auge temi che da tempo immemore sembravano lontani dal cinema che conta. Per questo film la critica ha scomodato i sancta sanctorum del cinema autoriale che fu, paragonando la prova della Hausner a poetiche cinematografiche leggendarie come quelle di un Bresson o di un Dreyer. La capacità di coniugare profondità dei contenuti e asciuttezza formale ha reso il paragone non del tutto improprio. La regista austriaca ha dimostrato di saper orchestrare la narrazione, che tra le pieghe della dominante teologico-moralista non trascura neppure il registro dell’ironia, utilizzando  inquadrature fisse al limite dell’iconoclastia. “Lourdes” è il risultato di una ricerca formale, iniziata almeno dal 2001 con il film “Lovely Rita”, che negli anni si è sempre di più perfezionata. Prima di “Lourdes”, un altro titolo è stato accolto con i dovuti favori: si tratta di “Hotel” un horror metafisico e minimalista presentato dall’austriaca alla quinzaine  del festival di Cannes qualche anno fa. Proprio questo titolo era uno dei pezzi forti del programma di marzo dello spazio Xenix di Zurigo che ha dedicato ampio spazio al nuovo cinema austriaco, con particolare attenzione nei confronti di tre dei suoi attori più capaci. Birgit Minichmayr, Georg Friedrich e Joseph Hader sono le tre personalità artistiche su cui gli organizzatori dello spazio zurighese hanno deciso di concentrare l’attenzione; tre attori in grado di trasferire sullo schermo le inquietudini di un paese che è ancora alla ricerca di un’identità culturale ben definita e che negli ultimi anni si è lasciato andare a nostalgie non proprio edificanti. Un’inquietudine che diviene ontologica nei film della Hausner, che prorompe anche nei film della rassegna diretti da Wolfgang Murnberger  (“Vieni dolce morte”, “Silentium”) e da altri giovani registi. Dopo il successo internazionale del regista austriaco Michael Haneke, fautore di un cinema che indaga la violenza che ammorba la società contemporanea, ci si è accorti che l’Austria non era assolutamente un paese da trascurare dal punto di vista cinematografico. Si tratta pur sempre, come occorre ricordare, di una nazione che ha dato i natali a grandissime personalità del passato come Lang, Pabst, von Stroheim, Preminger e Billy Wilder. Autori emersi proprio nel momento in cui il paese (e l’Europa) stava attraversando un periodo di cambiamento. Se le cinematografie europee maggiormente blasonate arrancano, quelle minori riservano sempre con maggiore frequenza delle piacevoli sorprese. In un contesto mondiale in cui lo stato nazione sembra essere entrato in crisi si fanno avanti realtà politico-culturali dall’identità indefinita o debole (o perduta, come quella austriaca) rimaste in ombra durante il secondo Novecento. È un fenomeno ancora tutto da analizzare, che sta emergendo sempre con più evidenza grazie anche a realtà come lo spazio Xenix che offrono visibilità all’invisibile. A compendio della rassegna austriaca è stato offerto spazio anche al cinema giapponese di Sion Sono, un cinema dall’alto tasso pop e difficilmente digeribile da un pubblico non avvezzo alla cultura nipponica. Film non certo “belli” ma apprezzabili soltanto se visti come specchio dell’immaginario del Giappone. In aprile ancora analisi d’attore, con un focus sulla filmografia di Natalie Portman, e retrospettiva su Fatih Akin.

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