Al suo primo lungometraggio il francese Antony Cordier cattura un considerevole numero di fischi in sala. Film selezionato per concorrere al Leone D’oro, Happy Few è la storia di due coppie di giovani, ambedue marito e moglie che, un po’ per caso, un po’ per fulminea intesa, decidono di abbandonarsi ad innumerevoli scambi di partner. Unica regola, non ci sono regole. Tutto nasce per gioco, senza paletti e menzogne. Presto però i giovani, circondati da una carica erotica che li unisce sempre di più, finiranno per perdere il controllo della situazione. La figlia di una coppia viene in possesso del diario segreto di una delle donne. L’idillio si infrange, confusi e spaventati i quattro proveranno a rimettere ordine nelle loro vite.
Cordier esordisce in sordina, il film non coinvolge. Concentrato nell’analisi della fragilità dei sentimenti di coppia, ciò che traspare è più un ininterrotto flusso di rapporti sessuali fini a se stessi. Nonostante il cast proponga volti noti della cinematografia francese (Marina Fois, Nicolas Duvauchelle, Roschdy Zem, Elodie Bouchez), i quattro attori non brillano particolarmente. Nascosto dietro la falsa riga della commedia, il regista si serve involontariamente proprio di quegli stereotipi, alquanto banali, dai quali cerca di sfuggire. La tematica è sempre la solita; crisi matrimoniale, adulterio, crisi di coscienza, possibile ritorno. Nulla di nuovo, niente che non sia già stato ripetutamente proposto. Nel suo film d’esordio, Douches Froides (2005), Cordier sperimenta il famoso triangolo che con tanta passione cantava Renato Zero; tra dialoghi banali e situazioni ai limiti del grottesco, la seconda pellicola aggiunge una variabile al trio. Vien da chiedersi quale possa essere l’esito di una eventuale terza produzione.

