Voto 2/5
Valerio Jalongo presenta in concorso al Festival di Roma 2010 il suo ultimo lungometraggio. La Scuola è Finita, sceneggiato da ben quattro autori, compreso il regista, promette molto, convince pochissimo. Siamo a Roma, nella periferia più degradata, dove si incrociano le storie spesso drammatiche di esistenze alla semideriva. Crocevia delle relazioni fra i protagonisti, l’Istituto Pestalozzi, simbolo di una scuola pubblica in completo degrado culturale ed architettonico. Alex Donadei, ragazzo popolare in tutta la scuola perché fornisce droga, rinchiude in se tutte le ansie e le preoccupazioni di una generazione che della instabilità ne fa carattere ontogenetico. Problematico, irraggiungibile nella sua corazza più intima e malata, il ragazzo diviene il soggetto numero uno per le attenzioni dei professori quando, fatto di stupefacenti si lancia dal quinto piano dell’edificio scolastico, rimanendo miracolosamente illeso. La Professoressa Quarenghi ed il Professor Talarico rimangono gli ultimi baluardi della lotta contro il degrado e, nonostante i problemi personali, cercano in tutti i modi di salvare Alex.
La tematica è forte, l’idea di rappresentazione lo è molto meno. Jalongo attinge dal panorama odierno elementi fin troppo scontati, ripetitivi e, non è difficile riscontrarlo, pilastri di lungometraggi molto più riusciti. Nonostante la buona interpretazione dei due professori, Valeria Golino e Vincenzo Amato, e l’esordio tutt’altro che deludente del giovane Fulvio Forti (Alex), il film non decolla mai, incagliato in una retorica che gravita attorno a questioni spesso affrontate in modo poco soddisfacente. La professionalità di Jalongo è fuori discussione, il regista cerca di dare un taglio particolare alla pellicola, ma la suddivisione in capitoli non sortisce l’effetto voluto. Da qui, una lunga serie di cliché che riempiono i dibattiti di numerose arene, riproposti in modo molto ingenuo e spesso inconcludente. La difficoltà dei giovani meno fortunati, la scuola pubblica in totale abbandono, la nostalgia di due quarantenni che credono ancora nella forza del proprio lavoro e lottano contro una condizione proibitiva e demotivante. Si salva poco del progetto finito perché il messaggio non passa. È troppo forte l’amaro sapore del già visto, da rendere l’intero film un tentativo velleitario di provocazione. Piace l’idea di utilizzare una frase festosa, la scuola è finita, che tutti gli studenti urlano l’ultimo giorno di lezioni, per conferirgli un valore semantico opposto, quasi lapidario. Ma oltre a questo, verrebbe da aggiungere, La Scuola è Finita e per la creatività manca poco. Il mondo che Jalongo prova a descrivere è vittima di un Kaos generalizzato, che finisce per inghiottire il fine ultimo di questa pellicola.

