
Livorno, anni Settanta. Anna, la giovane e fascinosa madre dei piccoli Bruno e Valeria, è eletta miss Pancaldi, nome di uno degli stabilimenti balneari della città. Questo evento, di per sé così insignificante, porta scompiglio nella vita famigliare della donna: una foto del concorso, esposta da un fotografo della città, attira invidie e malelingue. Mario, marito gretto e geloso, non sopportando l’inaspettata notorietà provinciale della consorte, caccia di casa la moglie e i due bambini. L’ingenua e vitale Anna si fa attrarre dal mondo del cinema e si trova così a contatto con ruffiani, patetici casanova e con l’inevitabile infrangersi dei sogni di gloria. I figli risentono di questa esistenza alquanto precaria e, soprattutto, del contesto sociale che addita la madre, in realtà soltanto una donna fragile e desiderosa di vita, come una poco di buono.
Virzì firma come al solito anche la sceneggiatura, in collaborazione con Francesco Bruni e Francesco Piccolo, e dipinge un personaggio dalla freschezza inusuale. Il regista, però, non si accontenta di un morale romantica e mostra il prezzo di un siffatto vitalismo. A far da filtro alla storia di Anna, infatti, sono i ricordi di Bruno e Valeria, entrambi adulti e sofferenti. Bruno, il maggiore, è un professore di letteratura infelice e problematico, senza più rapporti con la madre e la sorella; mentre Anna è un’impiegata nevrotica rifugiatasi tra le braccia di un marito pedante e logorroico, che tanto ricorda il Furio Zoccaro di “Bianco, Rosso e Verdone”. Bruno si riavvicina alle due donne soltanto dopo aver appreso che la madre è in fin di vita; sarà questa l’occasione per lui e per la sorella di digerire una madre davvero ingombrante, ma altresì capace di slanci d’amore inusitati.
La scrittura di Virzì è davvero piacevole e lo stile di regia, scevro da virtuosismi, non disturba la passione del regista toscano nei confronti del racconto. “La prima cosa bella” presenta un congegno narrativo, talora ingenuo, ma assai efficace. Ineccepibile la definizione dei personaggi, soprattutto quelli secondari, che si rivelano tipologie assai efficaci e riscontrabili nel tessuto sociale provinciale. Potremmo parlare di “tipizzazione intelligente”, alla maniera non soltanto della nostra tradizione comico-cinematografica più ispirata ma anche del Goldoni, se non fosse che l’alto paragone distoglierebbe l’attenzione da una storia semplice che non vuole assolutamente venire meno al proprio carattere popular. Siamo alle prese con l’ennesima conferma del valore di un autore che riesce sempre nei suoi film ad associare intelligenza e semplicità.
Voto 4/5

