Recensione
Carmen
Durante il viaggio in Spagna il poeta francese Prosper Merimée fu testimone del travagliato rapporto tra Carmen, donna dalla natura libera ed enigmatica e il sergente José, giovane dal carattere impulsivo che per amore di Carmen sarà vittima di una fatale catena di eventi straordinari. Dall'amore alla passione incontrollabile alla gelosia, fino al sangue.
Liberamente tratto da "Carmen" di Merimée il film di Aranda, regista non nuovo a storie torbide e scabrose, è un vasto affresco della Spagna ottocentesca, con splendidi costumi e belle scenografie. Al centro della storia la passione travolgente di José per la bella e ritrosa Carmen, con la storia più classica di eros e tanathos.
Nulla da eccepire sui risultati, decisamente godibili se vogliamo. Ma il film sconta una certa banalità di fondo sia nella recitazione dei protagonisti (Paz Vega sculetta come una velina e sa fare solo smorfiette da bimba capricciosa; Leonardo Sbaraglia ha la stessa espressione da cane bastonato dall'inizio alla fine del film); sia soprattutto nel significato della storia, che sembra sfuggire al regista, forse troppo impegnato a fare un film piattamente televisivo. Quella che poteva essere l'occasione buona per sondare le passioni più profonde, contorte e perverse dell'animo umano, diventa una ripetitiva collezione di vendette, stupide gelosie e scatti d'ira in cui Carmen sembra una sgualdrina opportunista e ninfomane e José un fantoccio stupido e piuttosto violento. Per non parlare dei personaggi di contorno, tutti alquanto improbabili.