Recensione
La porta delle 7 stelle
David ha vissuto un duro trauma quando era bambino e viveva in India con la famiglia: la madre, forse durante un rito tribale, è stata barbaramente assassinata, violentata e decapitata. Da allora la sua vita è un susseguirsi di strade intraprese e poi lasciate: da pianista prodigio diventa pilota dell'Aviazione Militare e infine si arricchisce nel mondo della "new economy". Ma sarà soltanto grazie al suo ritorno in India, nei luoghi in cui la madre perse tragicamente la vita, e nell'incontro con Arianna (anche lei con una tragedia alle spalle, il suicidio del padre davanti ai suoi occhi) che potrà riconquistare la serenità perduta.
Troppa carne al fuoco ha detto un collega nel corso della conferenza stampa con Pasquale Pozzessere. E mai espressione fu più giusta. "La porta delle sette stelle" ha il pregio di voler raccontare la storia di un uomo (e di una donna) e del superamento di un trauma agganciandosi alla realtà contemporanea delle speculazioni finanziarie, della beneficenza fatta con doppi fini e dei traffici di armi batteriologiche. Ma duole constatare come quest'ambizione rimanga tale.
La descrizione degli ambienti di volta in volta attraversati dallo spaesato Dionisi è a dir poco approssimativa e manichea, con il "cattivo" Raimondo perennemente impettito manco fosse il duce, profughi indiani che si rivelano essere formidabili hacker, donne infoiate che giocano alla lepre e al lupo per rimorchiare e tutta un'altra sfilza di personaggi tratteggiati sbrigativamente e senza alcuna credibilità. In questa assenza di credibilità primeggia il personaggio di Stefano Dionisi, che rimane così traumatizzato dalla morte della madre da trasformare in oro tutto quello che tocca e passare con disinvoltura da bambino prodigio del pianoforte a maggiore (mica uno qualunque) dell'aeronautica militare, da tombeur de femmes a vincente giocatore d'azzardo e infine diventare un ricchissimo speculatore finanziario.
Per quanto riguarda la storia psicologica di David e il suo rapporto con Arianna (troppo facile il rimando al mito greco), "La porta delle sette stelle" presenta una verbosità fastidiosa e l'esagerata tendenza a voler spiegare tutto con le parola, soprattutto quando queste sono superflue. Ad esempio nel finale del film, quando David e Arianna si ritrovano in India, che bisogno c'era di inserire quel prolisso, stucchevole e superfluo dialogo tra i due?
C'è da giurare che ben pochi spettatori si interesseranno ai traumi infantili di questi ricchi e fastidiosi signori che hanno tutto ciò che vogliono e non hanno il problema delle bollette o dei figli da crescere.