Recensione
Nella valle di Elah
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Hank Deerfield è un ex soldato e detective in pensione che inizia ad indagare sulla scomparsa del suo secondogenito, reduce dall'Iraq e ricercato dalla polizia militare per diserzione. Quando viene ritrovato il cadavere del figlio orrendamente mutilato, prova a fare luce e a trovare la verità, aiutato da una detective di polizia. Paul Haggis, già sceneggiatore degli ultimi due film di Eastwood sulla battaglia di Iwo Jima tra americani e giapponesi nel corso della seconda guerra mondiale, ritorna alla regia dopo il grande successo di "Crash - Contatto fisico", film che gli valse l'Oscar. Ed è davvero interessante questo autore - si può chiamare a giusto merito così - che riesce a coniugare un'abile scrittura per i film di un "reazionario progressista" come Eastwood ad un'impeccabile regia ed ineccepibile messaggio in quelli girati di proprio pugno. Così come nell'opera precedente, Haggis porta sullo schermo una tematica quanto mai attuale come la guerra in Iraq dopo la mescolanza di razze rappresentata con "Crash". Entrambi i film hanno saputo cavalcare un senso di disagio del popolo americano, prima quello riguardante il razzismo e ora l'antimilitarismo e la sempre più insistente convinzione dell'inutilità della guerra in Medio Oriente. Questo può sembrare conveniente, ma "Nella valle di Elah" Haggis fuga i sospetti di ruffianeria suscitati da "Crash".
La narrazione non lascia niente alla compiacenza o alla retorica: la storia raccontata, per quanto drammatica e tragica, non è mai avvicinata da un punto di vista pietista o accomodante. Il personaggio del padre, interpretato da un grandissimo Tommy Lee Jones, non lascia mai spazio ai facili sentimenti ed è emblematico di tutta un'America del passato, scomparsa insieme alla propria morale e al proprio senso etico. Un'America che ha lasciato spazio a qualcosa di abnorme ed aberrante. Qualcosa che è rappresentato dalle immagini registrate sul telefonino di Mike, il figlio di Hank. Immagini che il veterano in pensione scopre piano piano, come piano piano capisce che il mondo come lui lo ricordava non esiste più. "Lei non può capire. Chi ha combattuto e ha rischiato la vita insieme fianco a fianco non può fare una cosa del genere a un proprio compagno". Così Hank dice a Charlize Theron. E il momento più forte di tutto il film è quando queste certezze si sgretolano davanti agli occhi di Hank: la sconvolgente, glaciale noncuranza della confessione dell'assassino del figlio gli fanno capire che è stato anche un suo errore. Il Mostro, il Golia che nella valle dell'Elah fronteggia Davide deriva da un passato che non può ostinarsi a guardare il presente con gli occhi di un codice etico che non esiste più. Se nessuno tirava una freccia a Golia quando scendeva nella valle dell'Elah a sfidare un nemico, ora si ostentano riprese di torture inflitte al corpo martoriato di un prigioniero. E alla fine non resta che sfidare le proprie paure, come ha fatto Davide, e capire il bisogno di richiedere aiuto.
La bandiera, già protagonista insieme ad una foto della sceneggiatura di Haggis di "Flags of our Fathers", è l'elemento cardine del messaggio del film. E l'immagine della bandiera capovolta riesce nel fondamentale obiettivo di superare l'ostacolo del particolare e raggiungere il generale. Ciò che riesce a fare di importante Haggis è arrivare all'Attualità del presente attraverso una storia. Chiunque altro poteva essere al posto di Mike e viceversa. La vittima poteva essere il carnefice. Il carnefice poteva essere la vittima. Essi hanno il proprio ruolo per una casualità del destino. La vecchia America vede la nuova America così come Hank vede Mike attraverso i video del suo cellulare e i racconti dei commilitoni. Ma non è solo un discorso sull'America e sulle sue responsabilità nella guerra in Iraq ma è un discorso globale. Quella bandiera capovolta è un po' la bandiera di tutti noi.