Recensione
Riparo
La storia si ripete. Era già successo, in misura meno eclatante, con Crialese e il suo "Respiro" e in un passato molto recente a "Il vento fa il suo giro" di Giorgio Diritti. Questo solo per citare due dei tanti film italiani che possono narrare excursus distributivi simili a quello di "Riparo", seconda opera di Marco Simon Puccioni, che ha dovuto fare un tour mondiale in circa 50 Festival (collezionando non pochi riconoscimenti) ed essere venduto all'estero in più di un paese prima di trovare il suo (ristretto) dignitoso spazio nelle sale italiane. Ora grazie al coraggio del produttore Mario Mazzarotto (che ha dovuto fondare una casa di distribuzione tutta sua) "Riparo" è a disposizione di quel pubblico che, a dispetto di chi lo vorrebbe lobotomizzato al punto da gradire solo bieche operazioni commerciali, è sicuramente pronto ad apprezzarne la bellezza.
"Riparo" è la storia di due donne, Anna e Mara, che di ritorno da una vacanza all'estero si ritrovano a dover fare i conti con l'ingresso di un terzo incomodo nella loro intimità. Un elemento "altro" che mette a rischio gli equilibri precari sui quali si regge il loro rapporto di coppia e che metterà a nudo dinamiche sottili, fatte di taciti accordi ed ipocrisie malcelate, generando una lenta e graduale implosione. Puccioni orchestra bene una materia che affronta vari temi (la relazione tra due donne, certi meccanismi della società borghese, il rapporto con l'altro) e in cui sarebbe stato facile perdere il filo. Invece "Riparo" scorre delicato su una strada dritta e decisa, grazie anche ad un'ottima sceneggiatura scritta dal regista e da Monica Rametta con la partecipazione di Heidrun Schleef (autrice preferita da Moretti e Calopresti). Se notevoli sono anche fotografia e montaggio, la vera meraviglia del film sono le interpreti: Maria De Medeiros, piccola borghese del nord Italia (l'accento straniero è una licenza poetica che accettiamo più che volentieri) col desiderio di formare una famiglia nel modo che conosce, ovvero offrendo riparo a chi ne ha bisogno, ma in questo inconscia (forse) manipolatrice delle vite altrui; Antonia Liskova, una Mara perennemente arrabbiata, che nell'aggressività cerca di sfogare il bisogno di riparo. Accanto a loro il giovane Mounir Ouadi, lo straniero Anis che racchiude negli occhi paura e stupore, come di chi osserva dal suo riparo.
Un film da vedere, anche per dare giusto riconoscimento ad un certo cinema italiano, che c'è anche se non si vede; che continua ad agire sottovoce e speriamo riesca presto a farsi sentire tra tanti luoghi comuni urlati che ancora hanno il coraggio di spacciarsi per arte.