Anteprima
Spy Game
Ci troviamo all'inizio degli anni Novanta, quando Tom Bishop (Brad Pitt) viene catturato in Cina durante un'operazione sotto copertura apparentemente per la CIA. Presto si scopre però, che Bishop ha agito di sua iniziativa per un'azione personale. Per di più, la situazione particolarmente delicata alla vigilia di un meeting commerciale con il governo cinese, induce i vertici dell'Agenzia a valutare l'opzione di abbandonare Bishop al suo destino. Ma c'è qualcuno che è molto legato a Bishop e che ha motivi profondi per volerlo salvare: Nathan Muir (Robert Redford), maestro e mentore di Bishop ma anche artefice della sua caduta. Muir sta per andare in pensione, la CIA è ormai piena di giovani manager rampanti che pretendono di risolvere ogni situazione con computer, Internet e analisi di dati. Muir darà loro una lezione di spionaggio di alta classe e andrà in pensione senza più un dollaro, ma a testa alta.
Lo spionaggio spiegato a suon di battute
Tra le non poche battute chiave messe in bocca a Muir ce n'è una più chiave di tutte. E' quando spiega a Bishop, appena reclutato, che - più o meno - "se ti trovi a dover scegliere tra una donna e la tua carriera, mandale dei fiori". Proprio quello che Tom Bishop non farà, e lo inguaierà alla grande. Proprio il motivo per cui Nathan Muir, nonostante il fitto pelo sullo stomaco, consacrerà l'ultimo giorno da spia e tutti i suoi risparmi e tutta la sua capacità di raggirare la sospettosa nuova dirigenza dell'Agenzia, a tirare Tom fuori dai guai attraverso una spettacolare (ma, ed è apprezzabile, non chiassosa) impresa.
Ricordi a colori
Tony Scott dirige al meglio la pellicola nonostante sia un regista spesso associato a film d'azione, ma il fratello del più rinomato Ridley è ormai decisamente cresciuto. I numerosi flashback, che ripercorrono la carriera di Bishop, brillano per l'ottima scelta di "filtrarli" attraverso luci diverse che ne sottolineano al meglio il periodo storico. Il Vietnam del '75 è così dominato da toni gialli, quasi da documentario d'epoca, mentre i primi anni Ottanta di Berlino sono virati su un blu freddo ed impersonale. La Beirut (1985) invece è ripresa con colori caldi ed uno stile da reportage della CNN. In tutte queste occasioni, sapientemente gestite, la cinepresa di Scott ruota intorno ai personaggi o corre parallelamente a loro, a volte in modo febbrile e convulso, a sottolinearne la tensione e lo stato d'animo, in palese contrasto con l'atmosfera degli uffici dell'Agenzia dove tutte sembra asettico e soltanto un orologio e alcuni fermo-immagine in bianco e nero scandiscono il tempo che trascorre verso il finale intensissimo.