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Giochi di morte
Nel film le vittime del racket si comportano come degli yakuza, i boss hanno perduto tutto il loro carisma, non controllano più i propri uomini, che accendono fra di loro delle rabbiose rivalità. Il suo capo manda Murakawa (T. Kitano) in soccorso di un clan fraterno impegnato in una faida per il dominio dell'isola di Okinawa. Dopo un inizio che sembrava confermare la regola del ganster-movie, vale a dire l'ambiente si costituisce in situazione tendendo le sue forze ostili verso i personaggi, l'azione si smembra, perché, come nei film di Abel Ferrara, i protagonisti non vogliono più niente. Sull'isola i giovani mettono alla prova il residuo valore del coraggio sparandosi addosso, il veterano Murakawa sogna lo stesso gioco, che da tempo lo ha stancato, ma in esso muore.
L'ironia amara
Murakawa-Kitano dimostra il suo distacco da ipotetici moventi in una serie di gag comiche: l'imitazione della lotta Sumo, la battaglia con i fuochi d'artificio, ecc. Non ha più motivi d'azione per quell'accentuazione all'infinito del valore dell'io, in cui consiste da ultimo l'ironia, il cui primo volto era la maschera rispettosa delle regole sociali. I film americani hanno insegnato che nel microcosmo del clan mafioso si afferma lo stesso imperativo del successo economico valido per la società intera, e che alla fine comporta sempre il fallimento o la morte dell'eroe.
(2000-06-24)