Kino Xenix: Der Kult um den Radiomoderator

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Allo spazio Xenix di Zurigo, una piccola sala resistente della famosa città svizzero-tedesca, continuano gli appuntamenti con il cinema di qualità. Rassegne mensili che organizzano la materia cinematografica del passato e della contemporaneità secondo insoliti e inaspettati criteri contenutistici, piuttosto che presentare categorizzazioni storiografiche o autoriali. La programmazione di febbraio è dedicata al fecondo rapporto tra settima arte e radio e, in particolare, si è concentrata sulla fortuna cinematografica della figura del conduttore radiofonico.  La sapienza della rassegna non si limita soltanto all’originalità delle scelte tematiche, dal momento che i film in questione sono spesso occasione di ripensamento del rapporto tra dimensione visuale e acustica del cinema e, inoltre, si rivelano catalizzatori di innovative forme di narrazione: l’acusmatica del mezzo radiofonico entra in stretta relazione con la materia filmica rompendo gli schemi formali e narratologici della classicità cinematografica, oppure rinnovandoli dall’interno.  

 “Der Kult um den Radiomoderator”, questo il titolo della rassegna, presenta un corpus di opere assai esteso.  Accanto ai classici, come “Goodmorning Vietnam”,  “Radio Days” o “American Graffiti”, dei veri e propri omaggi all’invenzione di Marconi, coesistono anche produzioni contemporanee e titoli caduti nel dimenticatoio. Tra questi ultimi occorre segnalare soprattutto un film degli anni Settanta, epoca mitica delle radio indipendenti, diretto e interpretato da Clint Eastwood. In “Play Misty for me” l’attore e regista statunitense è Dave Garver, un disk jockey californiano dall’aria burbera e dall’alto tasso di seduttività che cade vittima delle persecuzioni di una delle sue ascoltatrici più fedeli. Dopo essere stato a letto con lui, grazie alla promessa di non pretendere altro che un’avventura fugace, la donna s’insinua con sempre maggiore irruenza nell‘esistenza dell’artista. A poco a poco, la vita privata di Dave è catapultata in un inferno senza via di scampo. Eastwood, alla sua seconda direzione, ci ha abituato a ben altre prove dietro la macchina da presa ma la bontà della scelta di questo film da parte dei curatori è fuori discussione. La pellicola, infatti, dà adito a riflessioni sul rapporto tra mezzo di comunicazione e ascoltatore (o spettatore) con una dialettica degna della migliore tradizione massmediologica. Nel film, infatti, al grande potere di condizionamento attribuito al mezzo radiofonico fa da contraltare la reazione dell’ascoltatrice che riesce a capovolgere il supposto rapporto di sudditanza a suo favore: la capacità del mezzo radiofonico di entrare nella dimensione intima e nella psicologia delle persone si ritorce contro lo stesso medium. Alla fine l’ordine (anche di genere!) sarà ristabilito, come da tradizione americana, ma al prezzo di un profondo ripensamento delle categorie del protagonista.

 In “The Warriors”, film cult girato sul finire degli anni Settanta, già anticipatore del decennio prossimo a venire, la narrazione coinvolge solo tangenzialmente il mezzo radiofonico ma porta alla ribalta il mondo giovanile cresciuto all’ombra delle radio indipendenti e delle band musicali giovanili. Questo titolo è di quelli ad alto tasso d’invecchiamento ma, forse anche per questo motivo, appare assai rivelatore delle tensioni sotterranee di un’epoca e di un contesto culturale. La trama, alquanto ingenua, è intervallata da una voce radiofonica che ne scandisce le tappe: dopo aver ucciso il capo supremo delle bande newyorkesi,  i Warriors devono raggiungere Coney Island per riuscire a sfuggire dalla furia vendicativa delle altre brigate. Il film racconta proprio il viaggio di questi indiani metropolitani attraverso la notte e i bassifondi urbani di New York. Alcuni episodi sfiorano il ridicolo e i dialoghi rivelano spesso poca cura formale, ma ciò che affascina di questo film è la dimensione mitica della narrazione. Il soggetto è infatti tratto da un romanzo di Sol Yurick, a sua volta influenzato dalle “Anabasi” di Senofonte. Come ogni film cult che si rispetti esso attirò alla sua uscita violente critiche soprattutto per la presunta glorificazione della violenza, anche se, in realtà, il regista Walter Hill intendeva soltanto rendere visibili le nascenti realtà giovanili attraverso il filtro dell’antichità classica. Negli ultimi scampoli della rassegna, che durerà fino al 3 di marzo, ci sarà spazio anche per registi del calibro di Altman, presente con “The Last Show”, ma anche per l’emergente Fanny Bräuning con “No More Smoke Signal”. A partire dal quattro di marzo sarà invece la volta del cinema austriaco e di quello giapponese, e anche qui si attendono piacevoli sorprese. (www.xenix.ch)

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