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Recensione: Cella 211

E’ già qualche anno che a Venezia c’è la convinzione che i film presentati nelle Giornate degli Autori siano spesso qualitativamente superiori a quelli della selezione ufficiale. Il primo film che la 66esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia mette in cartello per questa sezione collaterale non delude certamente le aspettative. Si tratta di Celda 211, un thriller carcerario mozzafiato proveniente dalla Spagna; le atmosfere rimandano a quelle del fortunato serial televisivo Prison Break, e il soggetto carcerario diviene qui un interessante studio autoriale.

Nessun compiacimento, nessuna concessione al buonismo o alla tranquillità dello spettatore. Gli eventi, anche se talvolta forzati e artefatti da continui colpi di scena e da esagerate coincidenze, si sviluppano in maniera intelligente e senza soste, coinvolgendo lo spettatore in una visione sincopata e che non abbassa mai un ritmo assolutamente vertiginoso. Una regia vivace e non banale è aiutata dalla recitazione di grande qualità dei due protagonisti ma anche degli attori con ruoli di secondo piano, che interpretano personaggi mai banali. Il film centra tutti gli obiettivi: intrattiene con una trama densa, diverte con alcune battute riuscite, angoscia con un’ambientazione claustrofobica, emoziona attraverso i flashback che avvicinano all’intimità del protagonista, infine fa riflettere ponendo problemi morali. La denuncia alle istituzioni è sempre meno velata in un film che ha il coraggio di portare fino in fondo le basi di partenza, raffigurando un mondo, quello carcerario, pieno di mostruosità e delitti mai ammessi, oltre che inammissibili. Impossibile non farsi prendere dal ritmo frenetico del film e non chiedersi quale sia davvero il limite che dovrebbe avere il potere coercitivo delle autorità, e quindi la loro possibilità di usare la violenza.

 

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