Corpo Celeste 3

Corpo Celeste

Giudizio 4/5

“Corpo Celeste” è un film che si connette alla grande storia cinematografica italiana. Nello stile, nei contenuti ma soprattutto nella sua capacità di affrontare criticamente il rapporto tra individuo e territorio. Se c’è un una grande lezione che il cinema classico italiano ha dato è la capacità di saper leggere questo rapporto, di documentare attraverso l’artificio narrativo la realtà concreta, palpabile delle modifiche tra la persona e l’abitato urbano. Rohrwacher dirige e scrive esprimendosi con le immagini di una direttrice della fotografia di grande esperienza documentaria come la francese Heléne Louvart (Pina, Le spiagge di Agnès). Fin dalla prima scena della processione nel vallone cementificato il film trova la sua identità in questo rapporto re-sacralizzato tra comunità credente, dispersione urbana e alienazione del singolo.

La comunità perpetua i suoi riti, le sue credenze, le itera forzatamente per poter trovare una coesione interna e soprapporre la propria identità storico-rituale alla disgregazione evidente e irrecuperabile del territorio. Qui la zona attorno a Reggio Calabria (ma il discorso vale per quasi tutta l’Italia del dopoguerra). La forza del film sta nell’aver superato la superficialità della denuncia. Di essersi andato a piazzare nel luogo scomodo dove l’umanità dei personaggi incontra attraverso la religiosità il degrado urbanistico.
La storia di una ragazza di tredici anni svizzero-italiana catapultata a Reggio Calabria, con madre e sorella maggiore, serve a introdurci in questo spaccato. Un nucleo umano di madri e figli/e, che gravitano, come spesso è stato in passato, nello spazio fisico della chiesa, centro di riferimento per molti prima sociale e politico e solo dopo eventualmente morale e religioso. In questo epicentro si muovono i tre personaggi principali. Marta (Yle Vianello), alle prese con una complessa combinazione di crescita fisica, adattamento ambientale e collocazione in una famiglia rimasta senza padre. Santa (Pasqualina Scuncia), tuttofare attivista della fede, il reale collante della comunità religiosa, ha un confuso rapporto tra amore divino e terreno. Don Mario (Salvatore Cantalupo), è un sacerdote, un impiegato della chiesa in cui ambizione e scrupoli si contrastano, anche qui in una visione ambigua tra potere terreno e potere spirituale.

Nel rapporto tra reale e simbolico struttura il film in una serie di contrasti. L’urbanizzazione selvaggia, post terremoto, dell’abitato e la dimensione spirituale ricercata. Gli oggetti abbandonati ai margini delle strade e i ragazzi che con l’Ape ci arredano una casa senza pareti in riva al mare. La pratica della cresima deritualizzata dalla perdita del rapporto uomo ambiente e re-ritualizata sul modello di dinamiche televisive, le uniche capaci di sostituire il vuoto in quel contesto. La stessa televisione che è stata negli anni cinquanta e sessanta uno dei principali agenti di urbanizzazione, relegando in un attimo alla storia decenni di tradizioni popolari agricole e montane. Il villaggio deserto di Don Matteo non è che la visualizzazione di questo corpo rimosso dalla storia.

Il film riesce a collegare questi contrasti lasciando aperto il dialogo con i personaggi, positivo o negativi che essi appaiono. Il lavoro di raccordo tra nuove pratiche religiose, disagi esistenziali e collocazione del personaggio sul territorio permette l’apparizione di una realtà più complessa, umanistica e non sentimentale che raramente si vede nel cinema italiano.

“Corpo Celeste”, 2011
Regia/Sceneggiatura: Alice Rohrwacher
Fotografia: Heléne Louvart
Attori: Yle Vianello, Anita Caprioli, Salvatore Cantalupo, Pasqualina Scuncia

 

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