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Recensione: A Dangerous Method

Voto: 3/5

Fa il suo esordio nelle sale A Dangerous Method, ultimo lavoro del regista canadese David Cronenberg, presentato in concorso al 68° Festival del Cinema di Venezia

La pellicola racconta l’evolversi della relazione tra due grandi personalità della psicanalisi, Sigmund Freud (Viggo Mortensen) e Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), e del loro rapporto con Sabina Spielrein (Keira Knightley), giovane donna affetta da grave isteria con la quale l’analista svizzero decide di sperimentare l’allora innovativo trattamento freudiano. La scena si apre sulla coraggiosa recitazione della Knightley che, per gran parte del primo tempo, domina incontrastata lo schermo, restituendo senza inibizioni i tormenti psicologici che impediscono a Sabina di vivere una vita normale, dilaniandone tanto lo spirito quanto il corpo. Proprio nell’analisi della malattia della donna e delle sue origini emerge la nota tendenza di Cronenberg ad indagare nel lato più oscuro e perturbante dell’esperienza umana e a toccare, come solo lui sa fare, le corde più intime e sensibili dello spettatore.

Dopo un inizio convincente, il film si assesta su toni più pacati, procedendo ad approfondire la relazione fra i tre protagonisti. Mentre il rapporto tra Jung e Sabina valica ben presto i limiti della relazione medico paziente, anche grazie all’intervento di Otto Gross (Vincent Cassel), psichiatra dalla dubbia moralità in cura da Jung, il sodalizio tra i due studiosi prende avvio sotto i migliori auspici e Cronenberg ne segue il divenire, dall’apprezzamento incondizionato del discepolo verso il maestro sino ai primi dissensi che approfondiranno sempre più il divario tra i due. Proprio in questo varco si inserirà la giovane Sabina quando, dall’essere amante dell’uno, inizierà lentamente a divenire allieva dell’altro, allontanandosi sempre più dall’analista svizzero per ricercare una maggiore stabilità e una propria identità professionale.

Nonostante le grandi potenzialità offerte dalla tematica trattata, la pellicola si concentra soprattutto sui dialoghi e persino le tinte usate per disegnare le ambientazioni relegano gli scenari sullo sfondo, quasi a voler lasciare il campo libero alle conversazioni tra i protagonisti e all’evolversi dei loro rapporti; il risultato è un film un po’ verboso ed insolito per Cronenberg che, affascinato dal materiale narrativo, se ne lascia in qualche modo sopraffare senza dominarlo: nonostante l’inizio porti chiara la firma autoriale, il tocco personale del regista si perde ben presto lasciando lo spettatore davanti a un lavoro indubbiamente ben fatto, piacevole e interessante, ma dal sapore neutro, ben lontano dalle prove a cui l’autore canadese ci ha abituato.

 

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