shah2

Recensione: Il mio nome è Khan

Voto: 3/5

“Il mio nome è Khan e non sono un terrorista”: si può tenere desta l’attenzione di uno spettatore per più di due ore con il racconto dei tentativi, messi in atto da un cittadino di origine indiana, di parlare col presidente degli Stati Uniti per pronunciare la suddetta frase? A Bollywood, unica vera fabbrica dei sogni che sia rimasta alla cinematografia mondiale, tutto è possibile. Anche questo.

Il protagonista in questione, Rizvan Khan, è un novello Forrest Gump, affetto dalla sindrome di Asperger che da alcuni è considerata una lieve forma di autismo. Cresciuto in India e solo in seguito trasferitosi a San Francisco, si è costruito una vita felice, sposando Mandira, la donna dei suoi sogni, e assumendo il ruolo di padre del figlio avuto da lei in un precedente matrimonio. Finché l’11 Settembre 2001 non ha cambiato la sua esistenza e quella di molti altri musulmani come lui, resa sempre più difficile dalla diffidenza e dall’ostilità degli occidentali.

Per interpretare Rizvan e Mandira sono state chiamate due star molto amate come Shah Rukh Khan e Kajol, vere icone del cinema indiano, in un prodotto che risulta in parte “occidentalizzato” a causa dell’ambientazione. Non ci sono infatti scenografie sfarzose e costumi costosi e sgargianti, prevale invece un insolito minimalismo nella scelta dei luoghi e dell’abbigliamento. Nessuna coreografia collettiva, ma vi è comunque una musica pervasiva e protagonista al pari dei personaggi.

Ciò che non è scalfito dalla trasferta americana è la forza narrativa tipica del melodramma, che non disdegna scene strappalacrime e non esita a mettere in scena conflitti laceranti come quelli tra hindu e musulmani, o tra Islam e Occidente. Se talvolta tutto questo può apparire retorico e frutto di eccessive semplificazioni ad uno spettatore europeo, tuttavia bisognerebbe apprezzare la sincerità delle intenzioni e la capacità del regista Karan Johar e della sceneggiatrice Shibani Bathija di far rivivere archetipi narrativi dal sapore fiabesco in una realtà drammaticamente attuale. Da notare, inoltre, è la delicatezza con cui sfruttano uno degli elementi distintivi della sindrome di Asperger, l’aderenza al significato letterale delle parole, per creare scene esilaranti. Il risultato è spiazzante e a tratti contraddittorio, ma godibile anche nei suoi risvolti umoristici.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *