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Recensione: Jane Eyre


Voto: 3,5/5

Dal 7 ottobre è nelle sale italiane “Jane Eyre”, trasposizione del celebre romanzo ottocentesco di Charlotte Brontë già proposto sul grande e piccolo schermo in ben 19 versioni prima d’ora, l’ultima delle quali risale al 1996 e porta la firma di Franco Zeffirelli. Per girarne una ventesima nel terzo millennio bisognava avere idee davvero innovative e a questo ennesimo adattamento non sembrano mancare.
La storia è nota. Jane Eyre è una ragazza orfana, rinchiusa dalla perfida zia in un istituto dove le viene impartita una ferrea disciplina. Raggiunti i diciotto anni può finalmente uscire nel mondo per diventare l’istitutrice della piccola francese Adèle Varens. Con il signor Rochester, tutore della piccola e padrone di casa, si crea presto un rapporto fatto di tensioni, schermaglie verbali, complicità e infine attrazione. A impedire il coronamento del loro amore intervengono però i misteri che si celano in cima alla dimora di Thornfield.
La fedeltà alla trama del romanzo è una garanzia di tenuta del racconto alla quale la sceneggiatrice Moira Buffini ha pensato bene di non rinunciare, puntando invece a manipolarne la struttura. Troviamo all’inizio una Jane smarrita e in fuga, e assieme alla sua coscienza ripercorriamo le vicissitudini che ha attraversato fino a quel momento in una serie di flashback. La regia di Cary Joji Fukunaga ha saputo mettere in risalto sia gli elementi gotici della vicenda, sia quelli più romantici, nell’accezione letteraria del termine. Se infatti è vero che, tra le sorelle Brontë, Charlotte è considerata la più cupa, il romanticismo – o quello che viene etichettato come tale – permea la sua scrittura ad altri livelli. Per renderlo visivamente si è scelto di immergere il personaggio nella campagna del Derbyshire, facendo del paesaggio non un semplice sfondo, ma una proiezione della vasta gamma di sensazioni scoperte e vissute da Jane.
Ad interpretarla è Mia Wasikowska, in sala in questi giorni anche con “Restless” di Gus Van Sant, una giovane attrice che non aveva convinto nei panni della “Alice in wonderland” di Tim Burton e che pur avendo la fisicità giusta per impersonare la protagonista non ha ancora abbastanza esperienza o versatilità. Al suo fianco troviamo invece un Rochester perfetto, interpretato da Michael Fassbender. Coppa Volpi a Venezia 2011 per “Shame”, protagonista dell’ultimo film di David Cronenberg nei panni di Carl Gustav Jung, dal ruolo di agente britannico in “Bastardi senza gloria” ad oggi Fassbender si è dimostrato il più camaleontico attore dei nostri tempi, pienamente meritevole dei ruoli di primo piano che il cinema gli sta offrendo.
Per chi ha letto e amato il romanzo, ma anche per chi non si sia mai accostato al classico della Brontë, sarà un’occasione per vivere o rivivere la storia di una delle pioniere letterarie dell’emancipazione femminile.

 

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