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Recensione: Kill me Please

VOTO: 3,5/5
Non solo i Dardenne. Il Belgio non avrà un governo da quasi un anno, ma è sicuramente un Paese coraggioso, perlomeno sul versante cinematografico. Divisioni, liti e minacce di secessione. Nel fazzoletto di terra belga non ci si fa mancare niente. E da qualche anno anche al cinema. In Belgio, gli investimenti sulla cultura e in particolare sul cinema sono stati ingenti. A testimoniarlo i sempre più frequenti festival organizzati sul territorio, a Bruxelles e non solo, ma anche le numerose scuole di regia cinematografica e di sceneggiatura nate negli ultimi anni. Il risultato è una produzione cinematografica sempre più vivace e diversificata. Ne è un esempio Kill Me Please, nelle sale italiane dal 14 gennaio. Il regista, Olias Barco, è francese, ma per girare questo film bizzarro, surreale e soprattutto originale ha dovuto cercare riparo nei territori valloni. La storia è ambientata in una clinica dove si pratica il suicidio assistito. Il dottor Kruger aiuta gli aspiranti suicidi a passare a miglior vita nel modo più indolore e gradevole possibile. E lo fa grazie a un grosso finanziamento governativo. Gli aspiranti suicidi, spiega Kruger in una delle scene più belle del film, sono un peso per la società: si deprimono, non vanno a lavorare e fanno perdere utili alla società. Sono un’anomalia produttiva. Per questo, meglio aiutarli ad andarsene, se ne sono convinti, ed eliminare un gravoso peso dalle spalle statali. Barco gira in uno splendido bianco e nero, che è più nero che bianco, come impone l’atmosfera del film. I tanti personaggi sono caratterizzati in maniera sopraffina e le situazioni narrative soprendono quasi sempre per la loro efficacia e originalità. Manca forse qualcosa nei dialoghi, ma l’humour nero è a tratti esilarante. Il tutto si accompagna a uno spiccato gusto del grottesco. Watch it, please.
 

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