Senza categoria

Recensione: L’uomo che verrà

uu

Si è molto discusso sulla scarsezza e sull’eterogeneità dei film presentati allo scorso Festival di Roma, sintomo di una evidente mancanza progettuale e di una ancor più palese mancanza di un’idea di cinema. Parafrasando una delle ultime rassegne del Fuori Orario di Ghezzi, non sono però mancate le perle ai porci, o meglio i porci di fronte alle perle. Una di queste rare perle è senza dubbio L’uomo che verrà, nuovo film di Giorgio Diritti, in uscita in questi giorni nelle sale.

Diritti, reduce dal bellissimo Il vento fa il suo giro, film diventato un vero e proprio caso grazie alla sua capacità di emergere con le sole proprie capacità dall’anonimato e dalla noncuranza, quasi l’insofferenza, delle sale cinematografiche maggiori. Questo film prosegue sulla linea del predecessore, pur trattando un tema completamente diverso: se nel primo caso si parlava della difficile integrazione di un contadino francese in una ristretta e chiusa comunità piemontese, ne L’uomo che verrà ci troviamo durante la resistenza partigiana durante l’invasione nazista. Le prospettive sono del tutto diverse, ma lo spirito che anima l’operazione è il medesimo; Diritti trasla il suo interesse per la gente umile e per le piccole cose, i piccoli gesti, per la terra e per l’espressione più immediata durante la guerra, e fa sicuramente centro. In questo caso ci troviamo nella campagna bolognese, in una piccola comunità nella quale ha sede un gruppo di partigiani ricercato dai tedeschi. L’umiltà e la povertà sono rappresentate in maniera ammirevole; Diritti accarezza quasi le mosse della famiglia di contadini protagonista, ma senza mostrare compiacimenti o pietismo e soprattutto senza quasi mai andare sopra le righe, ritrovando e riproponendo un antico valore come quello dell’amore per il gesto, per la parola, in questo caso il dialetto bolognese. Tutta la vicenda è seguita attraverso gli occhi di Martina, una bambina figlia di un contadino e partigiano, che guarda con un misto di stupore, innocenza, ingenuità e candore quello che accade. Le uccisioni e le sparatorie, le fughe e i rumori dei bombardamenti smettono di essere azioni di guerra, motivate oppure no, da una parte e dall’altra, e divengono altro sotto lo sguardo della piccola Martina, che si vede bruciare un tema sul padre partigiano dalla maestra di scuola elementare. Non potendo parlare di sé e dei suoi cari, Martina decide intimamente di non perdere il dono della propria spontaneità e il suo rifiuto della parola, che segue all’evento traumatico della morte di un fratellino mentre lo sta tenendo in braccio, significa la difesa della propria persona; una scelta che ricorda in maniera probabilmente voluta il bambino del Sacrificio tarkovskijano, oltre ad Andrej Rublev. L’ultimo quarto del film passa alla rappresentazione, inaspettata, della brutalità della situazione e lo fa correttamente, per far ricordare la vergogna di quanto è successo, senza trincerarsi dietro al corrente revisionismo soggettivista. Certo, sarebbe stato bello mantenere lo sguardo poetico di Martina fino alla fine, ma Diritti suo malgrado deve dare una virata dalla quale, comunque, la poesia rinasce come una fenice, mostrandoci un nuovo aspetto del resistere. Resistere per un uomo che verrà.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *