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Recensione: Mine vaganti


[Rating: 3/5]

In un Salento in cui si parla un po’ leccese, un po’ barese e un po’ chissà, e che sembra rimasto impigliato negli anni 70, una famiglia più tradizionalista che tradizionale accoglie il ritorno del figlio minore, Tommaso, universitario fuori sede. Quella che doveva essere una breve pausa dagli studi si trasforma presto in un lungo soggiorno: uno dei membri della famiglia Cantone, apparentemente ben incastonato nelle dinamiche familiari, nasconde un piccolo segreto, che una volta svelato darà il via ad una sorta di reazione a catena e rischierà di far crollare gli schemi.

Ferzan Ozpetek, che già con “Un giorno perfetto” aveva chiuso il capitolo di collaborazione con Gianni Romoli (produttore e co-sceneggiatore storico del regista italo-turco) questa volta si affida per la scrittura ad Ivan Cotroneo, uno dei nomi più gettonati dell’attuale panorama italiano. Se gli ingredienti sono bene o male sempre gli stessi (amori contrastati, identità sessuale, famiglia allargata, dolci e tavolate) questa volta le dosi cambiano e con esse anche il risultato finale, che vira in modo più deciso verso la commedia ma qua e là scivola nel melò patinato (soprattutto nei dialoghi) e nella retorica. Le “Mine vaganti” di Ozpetek sono tante e assortite (dal padre omofobo alla zia eccentrica, dalla nonna ribelle al trio gay con tanto di balletto in stile “Priscilla”), sapientemente affidate ad un cast di prim’ordine ed intrecciate tra loro in un copione che fatica a restare omogeneo ma che riesce comunque a far ridere e a commuovere.

Aldilà degli affanni della contemporanea famiglia Cantone, ciò che rimane dopo la visione sono i silenzi e gli sguardi di Carolina Crescentini e Giorgio Marchesi, splendidi nel dar vita, in poche e brevi scene, al senso profondo di un amore impossibile, cristallizzato in una scelta forzata (forse, anche se non ci è dato saperlo) e tenuto in vita per anni. Scene in cui si respira davvero aria di cinema.

[Ratings: 3/5]

 

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