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Recensione: The Fighter

Voto 3,5/5

Ci sono delle volte in cui il ruolo da coprotagonista finisce per diventare il vero asso nella manica per la riuscita di un lungometraggio. Premiato con ben due Oscar nella recente edizione, The Fighter primeggia nelle categorie di miglior attore e migliore attrice non protagonisti; non è un caso.

Micky Ward, pugile americano, vive ossessionato dalla presenza ingombrante del fratellastro Dicky, anch’esso pugile, famoso per aver messo al tappeto il grande Sugar Ray. Dicky, ormai lontano dall’attività agonistica, allena il fratello ed è oggetto delle attenzioni della HBO, che vuole girare un documentario sulla sua vita. Micky è ancora agli esordi, la pianificazione degli incontri è affidata interamente ad Alice, madre e manager, che ha la sicurezza di poter gestire la vita del figlio, forte del totale controllo che esercita su di esso. Tutto cambia quando il pugile in erba comincia a frequentare la ragazza del bar Charlene, che,  caparbia e determinata allontana Micky dalla pericolosità di una madre morbosa ed un fratello sempre meno padrone della sua vita e sempre più perso nei fumi del crack. Quelli sul ring non sono gli unici incontri che separano Micky dalla conquista del titolo mondiale dei pesi leggeri.

David O. Russel, regista del film, ha il merito è la fortuna di aver diretto egregiamente  un grande Christian Bale. Premiato giustamente per la sua splendida interpretazione, alla sua prima candidatura, affascina l’Accademy e trascina questo film nella categoria “vale la pena andarlo a vedere”. Nonostante il lungometraggio si ispiri alla vera storia del pugile Micky Ward, il vero protagonista sembra non essere il designato per tale ruolo. L’interpretazione di Mark Wahlberg (Micky nel film) merita comunque una nota di approvazione, anche perché se Bale si è superato, anche Melissa Leo ha fatto parlare di se. Premiata come miglior attrice non protagonista (forse un po’ troppo), la Leo dimostra una duttilità non indifferente, cimentandosi in un ruolo difficile e delicato. Russel porta in scena dinamiche complesse, dove la struttura matriarcale fondata su management e controllo, incide fortemente sulle vite dei protagonisti. L’influenza della mamma Alice, determinata a costruire il successo del figlio, si scontra pesantemente con l’intelligenza della caparbia Charlene (Amy Adams), che restituisce al giovane pugile la lucidità necessaria per potersi disincagliare da una situazione che lo rendeva succube. Ancora una volta vengono analizzati i valori familiari, aprendo un dibattito sempre attuale, che spinge il conflitto su di un territorio minato, la difficile situazione di un uomo che deve scegliere se seguire i consigli della persona amata, o la propria famiglia. Ma The Figther non è solo questo; è principalmente un film dove lo sport, la box in questo caso, diviene metafora della realtà, dove il combattimento non si esaurisce all’interno di un ring. La vita è una continua lotta, ogni personaggio del film affronta qualcosa o qualcuno, verbalmente o fisicamente. Russel affronta questo tema forse in modo troppo demagogico, seguendo alla lettera gli stilemi che da sempre caratterizzano i film sulla box, ma, di sicuro, non si può dire che il film non produca l’effetto desiderato.

 

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