Storie della mia gente

C’è un capitolo nel libro dell’ex industriale Edoardo Nesi “Storie della mia gente” (Premio Strega 2011) chiamato ‘Subito’. Descrive per immagini, come stessimo seguendo una cinepresa al rallentatore, l’ingresso di Nesi, con polizia e vigili, in una fabbrica abusiva gestita da cinesi a Prato. Dal punto di vista letterario è la cosa migliore di tutta l’opera. Contiene tutte le contraddizioni del libro. Registra lo sguardo dell’italiano Nesi che improvvisamente, senza credere ai propri occhi, entra in un diverso livello di realtà. Dentro alle fabbriche disabitate si erano istallati dei produttori cinesi. Il racconto della visita è l’esperienza di una alienazione. di un trauma, che lo stesso autore si affretta precipitosamente a suturare, incastrando questa esperienza in una cornice razionale, logica. Se si potesse pensasse di fare un film da questo libro partirei da li. E’ il piano obliquo, lo spazio aperto che permette di vedere al di la’ di un modo di pensare. Qui Nesi scrittore e imprenditore tessile di Prato si trova improvvisamente confrontato con l’altro da sé, lo spettro, la nemesi, la Cina in casa.

“Siete la polizia, siete i vigili del fuoco, siete i vigili urbani, siete l’ASL. Sei tu in viaggio nella tua città, la città dei cinesi.”

Lo spiazzamento dell’incontro costringe Nesi ad abbandonare la prosa sorniona, colloquiale e sorvegliata, ma anche elitaria, che ha usato sino ad allora (e che userà dopo) per raccontare la sua gente. Passa a un frasare visivo composto di sentenze di immagini racchiuse dentro lunghi periodi. Come se la testa si girasse e lentamente si fermasse a guardare e ad assorbire quello che a di fronte senza neanche cercare di spiegarselo, senza esserlo in grado di spiegarselo. E’ il momento in cui quello che si vede e quello che si sa, cioè quello che stiamo esperendo e quello che si è conosciuto, entrano in corto circuito. Non solo lo spazio è doppiamente alieno, proprio perché dentro alla propria città, ma gli abitanti di questo spazio non sono riconducibili alla norma della gente del Nesi.

“[Un ragazzo] porta jeans stretti e scuri, decorati da strusce dorate che gli corrono lungo le gambe magre come stecchi, e Nike fosforescenti. Ha un ombra di baffi e capelli lisci e corvini, corti e ritti al sommo della testa e lunghi e cadenti sulle orecchie, in una pettinatura bizzarra e vagamente canina che non hai mai visto prima”. 

E’ un breve momento quasi liberatorio per il lettore che si trova di fronte a una scrittura finalmente documentaria, partecipativa.  La verità di questo lungo piano sequenza sta proprio nel fatto che Nesi deve ricorrere ad un altro linguaggio per entrare in contatto con quella realtà diversa, che in qualche modo lo trascende. Deve abbandonare per un momento una serie di parametri di identità che usa e riusa nel libro, e che si rifanno a una letteratura tra ottocento e novecento, come la storia di famiglia, il campanilismo, l’identità di luogo e  spazio, l’identità con il lavoro. E per un breve tempo siamo in un mondo letterario contemporaneo, dove tutto sussiste allo stesso tempo, dove la narrativa della perpetuazione del mito di una Italia industriale dei nostri nonni si schianta e si apre. E’ un capitolo in cui Nesi esce fuori da se’ e si immerge nel mondo, non solo Prato, e vi si perde. Un luogo in cui invece che rimuginare a ritroso Nesi fa esperienza diretta insieme con il lettore. La condizione di alterità non dura molto, già in fine di capitolo Nesi razionalizza questo momento di scrittura inconscia, di cui non registra la portata rivelatrice. Scrive una conclusione che è moralistica e eurocentrica allo stesso tempo. Il civile intervento delle autorità a difesa dei diritti dei lavoratori gli sembra un bastione della cultura occidentale nel mondo.

“[le autorità] Ti pare invece che lavorino accompagnanti da qualcosa che somiglia molto all’orgoglio, scortati dalla consapevolezza di essere l’ultimo anello della catena di un sistema di valori del quale è giusto avere rispetto e persino andare fieri, e che finisce per concretarsi in uno dei principi che ancor oggi ci trova tutti d’accordo e pertanto ci definisce, noi occidentali: la condizione della profonda giustizia che sta alla base delle idee che hanno contribuito a formale la nostra legislazione del lavoro, quel vecchio arnese consunto e splendido che nacque proprio in reazione al mostruoso sfruttamento delle persone che ho davanti ali occhi, e che ha ormai quasi duecento anni, e, pur lungi dall’essere perfetto, da duecento anni si sposta lentamente ma inesorabilmente nella direzione di garantire maggiori diritti a chi lavora, e stabilisce che un diritto negato è un diritto anche se nessuno protesta. E va difeso. Sempre.”

Il diritto del lavoratore è fondamentale ma qui è usato come una excusatio per non andare al di là, per non registrare che da recenti statistiche (2010) il 10% degli abitanti di Prato sono cinesi.  Per non denunciare che in qualche modo i cinesi a Prato sono la realtà. Una realtà che può essere soggettivamente ingiusta, fuori dalle regole, surreale ma che non può essere rimossa da una nostalgica finzione impregnata di cultura americana. Nesi ha studiato a Berkeley, San Francisco, California. La quasi totalità dei riferimenti culturali citata nel libro è americana (Machiavelli a parte). Da Dylan a Baez, da Springsteen a Neil Young, da Hemingway a Scott Fitzgerald, da Richard Ford a

Il resto della narrazione viaggi su livelli diversi, tra la memoria, la cronaca, l’opinione, l’introspezione componendo un ritratto dell’esperienza di un imprenditore tessile di terza generazione che si è trovato costretto a vendere la fabbrica di famiglia. Il tono è spesso colloquiale. Come in lunga conversazione Nesi cerca di spiegare a se e ai lettori come sia successo che molte industrie tessili a Prato si siano trovate a chiudere. Che Prato abbia perso il suo primato. Le motivazioni son varie e l’analisi di Nesi non è sempre lucida. Il suo punto di vista è privilegiato ma anche parziale.

 

Riferimenti:

“Il tessile a Prato e il dilemma dell’integrazione coi Cinesi”

 

“Quanti cinesi ci sono a Prato?”

 

 

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